Mikhail AbramTestimonianze
L’emozionismo come forma di testimonianza: le opere di Abram vivono nello spazio fra l’immagine e lo stato d’animo. È una pittura in cui la figura non è mai soltanto un corpo e il soggetto non è mai soltanto una scena. Qui la persona è sempre vulnerabile — spogliata non solo fisicamente, ma nel suo stesso esistere. L’artista tratta l’emozione non come tema, ma come materiale, e da qui nasce il metodo che lo definisce: l’emozionismo.
La mostra è pensata come un unico discorso che si svolge in due sale. La prima presenta dipinti su tela — densi, saturi, materialmente presenti. La seconda, lavori su carta a pastello — più fragili, intimi, quasi confidenze. Non sono però due periodi o due modi diversi: sono due respiri dello stesso processo interiore.
Nei dipinti su tela Abram lavora sulla tensione della forma. Le figure sono spesso deformate e appesantite, come se portassero l’impronta del tempo, del dolore, di ciò che è stato vissuto. I volti somigliano a icone senza canone; i corpi a rilievi senza ideale. Sono immagini che si possono leggere come archetipi dell’esistenza di oggi: l’uomo che ha perso terreno, l’uomo che pretende una risposta, l’uomo che si rivolge al mondo con una domanda silenziosa. Queste opere parlano forte — quasi fisicamente — attraverso la materia densa, gli urti netti del colore, la forza del gesto.
I lavori su carta e a pastello della seconda sala sembrano più quieti, ma è un’impressione che inganna. Qui l’emozione non diminuisce: si avvicina. La linea trema, il colore pare spegnersi con il respiro, le figure appaiono particolarmente esposte. Se le tele sono l’urto con la realtà, i pastelli sono il pensiero che viene dopo l’urto. Portano una pausa, un dubbio, il tentativo di reggersi dentro l’istante. Non sono studi né materiale secondario, ma una parte pari e necessaria del discorso.
Al centro della mostra stanno immagini che si misurano con la tradizione religiosa e umanistica. Il Cristo di Abram non è trionfante né redentore nel modo consueto. È un Cristo che dubita, che soffre, che porta ferite — il «Cristo che ci meritiamo». O forse un Salvatore psichedelico: il riflesso di una coscienza collettiva in cui fede, paura, colpa e speranza si fondono in un’unica immagine inquieta. Non sono opere sulla religione come dottrina, ma sulla fede come crisi interiore.
Il corpo nudo, in Abram, è privo di erotismo: è il corpo come luogo di dolore, di memoria, di resistenza. Piegato, nascosto, teso, e mai decorativo. Attraverso la corporeità l’artista parla della fragilità umana sotto pressione — sociale, storica, personale.
L’emozionismo di Abram rifiuta la distanza. La sua pittura non offre a chi guarda una contemplazione al sicuro. Chiede partecipazione, una risposta interiore e, a volte, disagio. È un’arte che non spiega e non consola, ma registra con onestà la condizione umana qui e ora.
Le due sale non formano un’opposizione, ma un dialogo: densità e fragilità, voce alta e silenzio, gesto e tocco. Insieme creano uno spazio in cui chi guarda smette di essere spettatore e diventa testimone della vulnerabilità di un altro — e forse della propria.



















