Da dove vengono i colori: una mattina nello studio di Daniel Mangin
La maggior parte dei pittori tiene la propria luce per sé. Daniel Mangin ha filmato la sua.
Una mattina di sole di ottobre, un telefono si è affacciato alla finestra del suo studio: tetti vicinissimi, poi orti tagliati in lunghe strisce strette con sentieri di terra nuda tra l’una e l’altra, alberi da frutto diventati gialli e color ruggine, una fila di case bianche e, sopra a tutto, un cielo ampio e pallido. Un video così l’aveva già girato una volta, e ci aveva detto perché: «per mostrare la luce, la fonte dei miei colori».
Tenete a mente quel cielo quando attraverserete la sua sala. Ci sono i gialli, i verdi tenui, la ruggine. E c’è anche il bianco che entra dal vetro prima che qualcosa sia dipinto.
Voltate le spalle alla finestra ed eccovi nello studio. Muri di mattoni. Tele dappertutto, appoggiate in pile contro il muro, alcune rivolte verso di noi, altre verso la parete. Rotoli di tela stanno in un angolo come colonne. Su un cavalletto basso, un grande quadro in grigio e verde, attraversato da tratti neri e da un banco di piccoli segni rossi. Niente è stato messo in ordine per l’ospite. È una stanza dove si lavora.
Poi, il lavoro stesso. Nel video successivo il telefono non si muove affatto. Daniel, in camice bianco, si siede al cavalletto davanti a una tela bianca, con i tubetti di colore, i pennelli e i barattoli sul tavolo accanto. Disegna. Le prime linee arrivano in tratti rapidi e scuri, poi altre; si alza per raggiungere la parte alta della tela, arretra e torna. Un minuto dopo il bianco non è più bianco. Che cosa diventeranno quelle linee il video non lo dice, ed è l’unica cosa che una sala finita non potrà mai mostrarvi.
Il pittore. Daniel Mangin è nato ad Amiens nel 1957 e ha disegnato e dipinto per tutta la vita. Nel 1985 vi si è dedicato per intero e ha passato due anni nei laboratori dei Beaux-Arts a Parigi con Masurel. Dipinge a olio su tela, per la sua profondità: l’impasto, la trasparenza e l’asciugatura lenta, che gli permette di affinare una composizione e di spingerla più avanti. I suoi soggetti vanno dal classico al contemporaneo, spesso con uno sguardo sociale, umorismo o un taglio politico. Negli ultimi anni si è avvicinato all’astrazione, per andare oltre l’aneddoto, senza mai perdere il suo amore per il nudo. Ha esposto a Parigi, Bruxelles, Tokyo, New York e Londra, ha vinto il Primo Premio per l’arte figurativa moderna a Bruxelles nel 1996 e il Primo Premio per l’astratto informale alla Triennale del piccolo formato di Ferrara. Si sente più vicino a Nicolas de Staël, per la forza dei colori, e a Mark Rothko, per la profondità delle sue tele.
La sala. La sua galleria su The Vilbil Virtual Galleries si chiama Apri la mente. Vi sono appesi venticinque suoi quadri, e la luce cambia mentre si cammina: una sala è chiara e solleva l’animo, quella più scura ha il peso di un temporale. Ciò che cerca lo chiama una «luce dorata della mente umana». La calma che prova nei musei, un’«immersione tiepida e serena», è ciò che vuole restituire a chi entra.
La sala si apre nel browser, senza installare nulla, a qualsiasi ora. Entrateci dopo i video. Saprete da quale finestra è arrivata la luce.
La galleria di Daniel Mangin: vilbil.art/it/daniel-mangin
Su The Vilbil. The Vilbil è una piattaforma premium no-code per gallerie virtuali in 3D di punta. Un artista può creare una galleria fotorealistica in pochi minuti e inserirla direttamente nel proprio sito. Le sculture vi appaiono come gemelli digitali interattivi. I visitatori la aprono in un normale browser, su qualsiasi dispositivo, 24/7, senza installare nulla. The Vilbil non trattiene alcuna commissione sulle vendite: 0%.