Ivan KorshunovGalleria II
Serie «KISS!»
Il progetto si apre con le parole di san Nicola di Serbia: «Non dire che Dio non c’è. Dimmi: io non ce l’ho». Comprende nove dipinti eseguiti con cura nella tradizionale tecnica a tre strati, otto oggetti d’arte di ispirazione graffitista e la creazione dal vivo, davanti al pubblico, di un’installazione intitolata «Muro». Il progetto si divide in due parti: i dipinti e gli oggetti. In entrambe l’artista raffigura momenti centrali della Passione di Cristo come graffiti su un muro. Sono immagini contornate di nero, a volte ravvivate di bianco, che rileggono opere classiche e suscitano una reazione emotiva forte. I dipinti hanno due piani: sullo sfondo dei graffiti compaiono scene di metropoli, e fra i due livelli del racconto, dentro la stessa tela, resta una distanza che non si colma. Un ragazzo assorbito dalla realtà virtuale del telefono («Applicazione») non si accorge né di ciò che è dipinto sul muro («Deposizione nel sepolcro»), né della striscia di sangue sulla propria fronte, che richiama duramente la realtà della vita. Allo stesso modo una ragazzina presa dal suo gioco elettronico («Minecraft») non nota dietro di sé la potente immagine della Deposizione dalla croce. Ci sono anche i ragazzi di strada: uno riposa con il cappuccio in testa, il capo chino, appoggiato alla base della crocifissione («L’ultimo eroe»); un altro, non del tutto staccato dal mondo, guarda rapito qualcosa sul muro ed esclama «Su!», come se si trattasse di un grappolo di palloncini che sale e non dell’ascensione di Cristo. Le gambe lunghe e nude di una ragazza appoggiata al muro accanto all’immagine della flagellazione («Flagello») rendono il contrasto ancora più netto. Chi sono questi personaggi a cui Ivan Korshunov dà vita? «O siete topi? / O aborti? / che non vedete il sole… / O siete piantati nella terra / come moccio?» (Genrich Sapgir, «Salmi»). I protagonisti di Korshunov sono riflessi dei suoi contemporanei e hanno in comune una solitudine profonda dentro la metropoli affollata. L’artista fa risalire questa solitudine a un abbandono di Dio nel nostro tempo: sono gli uomini ad aver lasciato la grazia, e la grazia si è ritratta. Non sono le parole di un Giobbe momentaneamente abbandonato e desideroso del favore divino, ma quelle di una persona apatica e deserta, che si è allontanata dalla grazia consapevolmente. «Signore / piega il tuo cielo / e scendi / anche solo per mezz’ora» (Genrich Sapgir, «Salmi»). Nella sua interpretazione Ivan Korshunov sembra incarnare il cercatore di Dio di oggi, e continuare la tradizione e il pensiero religioso russo. «Per molte persone l’Immagine divina è diventata soltanto un disegno sul muro. Nonostante le circostanze della vita, Dio è costantemente presente nella vita di ciascuno, e soltanto la libera volontà dell’uomo ci aiuta ad accorgercene o a non accorgercene», riflette Ivan Korshunov. «Ci sono le foglie / ci sono gli uccelli / c’è il cielo / e davvero c’è / il Giudice di ogni vivente», scrive il poeta («Salmi», G. S.). Il titolo del progetto ha un doppio senso. È un invito, l’incarnazione dell’amore evangelico per il prossimo, e insieme un addio grave. Allo stesso tempo è una riflessione sul tradimento: il bacio del traditore, il bacio di Giuda. Irina Filatova, curatrice, Galleria Finart.
Serie «Vivi e morti»
Il progetto «Vivi e morti» affronta il tema dello spegnersi dei villaggi russi, prendendo come caso gli abitanti del villaggio di Ol’šanka, nel distretto di Uvarovo, regione di Tambov. Con i ritratti intensi degli ultimi otto abitanti l’artista vuole fermare un momento in cui la sua «piccola patria» risulta ancora ufficialmente abitata sulle mappe. I processi cominciati circa un secolo fa, che hanno portato al declino del villaggio, negli ultimi anni si sono fatti sempre più frequenti. Viaggiando per la Russia con le mappe di navigazione capita spesso di incontrare villaggi indicati come «estinti»: luoghi dove non è rimasto nessuno. Restano soltanto croci storte e tombe coperte d’erba, monumenti silenziosi del passato. Nei suoi anni migliori Ol’šanka contava una trentina di case e quasi duecento abitanti. Oggi ne restano otto, fra cui un bambino e un giovane che presto conta di trasferirsi in città. Gli anziani rimasti, che hanno lavorato duramente tutta la vita, sono costretti a continuare a lavorare la terra per mantenere sé stessi e le proprie famiglie. L’unico ospedale nel raggio di venti chilometri ha chiuso undici anni fa. La scuola più vicina si trova nel villaggio accanto, a tre chilometri da Ol’šanka. I collegamenti fra i villaggi sono stati interrotti, e i bambini devono andare a scuola a piedi, mentre prima c’era lo scuolabus. Chi si trasferisce in città lascia la propria casa, che pian piano si sfascia e si copre di erbacce, ormai inutile ai proprietari e ai loro eredi. Gli abitanti diminuiscono in fretta, le tombe aumentano. «Vivi e morti» è un omaggio alla memoria di persone che hanno messo radici profonde nella loro terra e hanno retto con forza tutte le fatiche di una vita dura. È il tentativo di conservare la memoria degli abitanti del villaggio natale dell’artista, prima che diventi semplicemente un altro punto sulla mappa con la scritta «estinto». Dar’ja Kamyšnikova, curatrice della mostra al MMOMA.
Un villaggio, due sguardi
L’installazione «Gli abitanti di Ol’šanka» di Ivan Korshunov e il quadro «La fermata» di Anastasia Kuznetsova-Ruf raccontano lo stesso luogo: il villaggio di Ol’šanka, nella regione di Tambov, una decina di case a tre chilometri dal paese principale, oltre i campi. Lui ne ha fatto gli abitanti: ovali di ceramica, come quelli delle lapidi, con i volti di persone vive, e otto ovali bianchi lasciati nella fila in basso. Lei ha dipinto ciò che del villaggio resta fuori: una fermata dell’autobus senza strade, in un campo coperto d’erba, dove una volta al giorno arrivava un autobus dal mondo grande e le donne del posto uscivano ad aspettarlo vestite bene, anche quando non avevano nessuno da accogliere. Per la vecchia alla fermata ha posato la madre di Ivan Korshunov.
Una nota di The Vilbil
























