Anastasia Kuznetsova-RufLa fermata · 2020
(dalla serie «Nessuno fa così»)
Tela, matita di carbone, acrilico · 119 × 190 cm
(dalla serie «Nessuno fa così»)
Tela, matita di carbone, acrilico · 119 × 190 cm
Come è arrivata una persona in questo punto dello spazio? La strada si è coperta d’erba e si è dimenticata, oppure qui non c’era affatto? Forse è un sogno: che un giorno la faranno e tutto sarà diverso. Il futuro è nella nebbia, il passato è deserto, il presente è solo. Una fermata. Un bilancio. Un vicolo cieco. Di tutta la vita o solo di questo minuto? La speranza nell’ultimo autobus non abbandona mai.
Anastasia Kuznecova-Ruf, sul quadro «La fermata»:
Ho pensato e realizzato «La fermata» durante la quarantena del 2020. In quel tempo anomalo ho trovato una forma che rispecchiava alla perfezione il mio stato e quello delle persone del mondo che conosco.
Il soggetto l’ho visto più di vent’anni fa, la prima volta che andai in visita al villaggio d’infanzia di mio marito, il pittore Ivan Koršunov. Quel villaggio sta nella Russia profonda, nella regione di Tambov, e si chiama Ol’šanka. Non è nemmeno un villaggio, è una frazione staccata: una decina di case a tre chilometri dal paese principale, oltre campi sconfinati. Allora non mi stupì l’abbandono generale, né lo sfacelo post-sovietico dei frutteti del kolchoz, dei macchinari arrugginiti e dei silos del grano. Mi colpì che nelle case mezze diroccate la vita covasse ancora, che si osservassero le tradizioni dei funerali e degli addii, e che alla fermata sbilenca arrivasse una volta al giorno un vecchio autobus che tossiva. E si vedeva che le donne del posto si preparavano a quell’incontro: venivano alla fermata vestite bene, anche quando non avevano nessuno da accogliere.
Era una specie di uscita in società della sera, per guardare chi tornava dalla città, dal «mondo grande».
L’ultima volta che sono stata in quella frazione è stato poco prima della quarantena. Ho visto che i pochi vecchi rimasti avevano smesso di rimettere in sesto e di rattoppare quel che restava: le case, la fermata, gli steccati. Tutto quello che cadeva a pezzi era sparito del tutto, si era coperto d’erba, era finito.
Adesso cominciano ad arrivare i giovani e provano a rifare tutto da capo, guidati dai loro padri, anziani ma ancora saldi. I nonni ormai non incidono più su niente e vivono lì i loro ultimi giorni insieme ai resti della civiltà di prima.
Perché la fermata, nel mio quadro, sta senza strade in un campo coperto d’erba, e perché ci siede una vecchia? Le strade sono semplicemente sparite con il tempo, non è rimasto nessuno a rifarle: tutti quelli che avrebbero potuto farlo si sono trasferiti da un pezzo nelle grandi città. Ma in quel posto la gente è rimasta. Ed è rimasta l’abitudine di andare a incontrare l’autobus che viene dal «mondo grande». Se poi quell’autobus arriverà o no, ognuno lo decide da sé, secondo il proprio grado di pessimismo. Per la vecchia alla fermata mi ha fatto da modella la madre di mio marito, grazie alla quale un tempo visitai per la prima volta quel villaggio di Ol’šanka. L’ho invecchiata, naturalmente, per l’immagine. La nebbia della sera è insieme una metafora e un’immagine concreta. Metafora dei contorni incerti di tutto ciò che sta lontano: il futuro, i progetti, l’orizzonte degli eventi. Durante la quarantena era una delle domande più acute: che cosa succederà adesso? Ed è anche l’immagine reale di una sera in un villaggio remoto: l’ora in cui l’autobus tornava dalla città con le notizie, gli odori, un’altra vita.
Il quadro è grande e ci ho lavorato diversi mesi: nel pieno della pandemia tutte le mostre e i progetti erano stati annullati, e non c’era nessuna fretta. Mentre lavoravo vedevo e sentivo esattamente questi stati: il raccoglimento, l’isolamento, la solitudine, il silenzio, la pausa, tutti insieme. Ma non era affatto la sensazione di una fine. Era la sensazione che il ritmo forsennato si fosse fermato. La quarantena per me è stata un tempo incredibilmente fecondo e sereno, che ricordo con piacere. Per questo in «La fermata» non c’è dolore né rimprovero, non c’è rimpianto né sarcasmo. C’è l’amore per la mia Patria bellissima, la tristezza per la storia delle generazioni precedenti che se ne va, i resti di una civiltà di prima e il silenzio che risuona in sua assenza.
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