Vladimir DubossarskyFinestra 2 · 2014-2019
(dalla serie «Fiabe diverse»)
Olio su tela · 195 × 195 cm

La serie «Intaglio di Nižnij Novgorod» è maturata in me per anni. Da ragazzo, quando cominciavo appena a occuparmi d’arte, avevo un libro con quello stesso titolo, e ogni volta che lo sfogliavo mi faceva un’impressione fortissima. Fotografie in bianco e nero prese dal vero, in spedizioni per villaggi lontani,

tagli riusciti, dettagli, moltiplicati da una stampa sovietica contrastata e scadente — e proprio per questo misteriosa: per chi sa vedere, più che abbastanza per innamorarsene per sempre.

Una decina d’anni dopo, quando avevo già cominciato a fare arte contemporanea, mi buttavo come si deve su progetti di ogni genere, cercando qualcosa di importante, un punto d’appoggio da cui spingersi per iniziare il cammino. Il mondo dell’arte contemporanea allora mi sembrava aggressivo e terribilmente scomodo, e così mi ci portai dietro un bagaglio della vita di prima: foto di famiglia, cartoline a cui tenevo, qualche libro. Erano oggetti che non avevano niente a che fare con la «vera arte» di cui mi ero occupato fino ad allora. O meglio, che credevo di aver fatto. Fu così che il libro «Intaglio di Nižnij Novgorod» passò dalla libreria dei miei genitori allo squat del vicolo Trëchprudnyj, e spero non se ne sia mai pentito.

A volte mi rimprovero la pusillanimità. Non che me ne faccia una colpa: me ne dolgo. Di non aver avuto la volontà, di non aver insistito, di non aver fatto le cose importanti quando andavano fatte, perché il loro tempo se n’è andato per sempre; tutto deve avvenire a suo momento, dopo non funziona più, anche se di mestiere ne hai a carrettate e parli più sciolto e più dolce di Boris Groys e di Trump messi insieme. Allora, nel ’91, ridisegnai un mucchio di cartoline sovietiche, di libri per bambini e via dicendo: era un procedimento abbastanza diffuso a quel tempo, quella riflessione che ci avevano mostrato i padri della Sots Art e del concettualismo romantico moscovita, sapete bene di chi parlo. Era una specie di codice con cui ti riconoscevano come uno dei loro. Ed è allora che volevo fare i lavori con l’intaglio: pittura di grande formato, una specie di pop art strana, che prendesse come oggetto e innalzasse a segno l’artigianato popolare, l’intaglio del legno, la scultura popolare più semplice. Era abbastanza radicale — lo penso ancora — e in qualche modo non mi ci misi mai. Non ne fui capace. Insomma, fui pusillanime. Ed ecco che vent’anni dopo questa serie l’ho cominciata, o meglio iniziata. L’ho cominciata senza grande entusiasmo, per pagare un debito. Anche quello era un tempo difficile per me, le placche tettoniche scivolavano via da sotto i piedi alla velocità dei tapis roulant in palestra. E allora frugai in una vecchia scatola sfondata, soffiai la polvere da una copertina che conoscevo, e immersi i pennelli nell’acrilico. Questo è tutto quello che ho da dire sull’argomento. E il libro «Intaglio di Nižnij Novgorod» è ancora con me. Tre mogli non ci sono più, il libro sì, è con me. Al suo posto di combattimento, per così dire.

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